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Salvatore Tripodi, Cauciù il partigiano – Storia di un contadino durante la Seconda Guerra Mondiale nella XV Brigata “Saluzzo”

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Descrizione

Il partigiano Cauciù

La biografie dei partigiani rivelano motivazioni e concause di una scelta di campo che 250mila Italiani compirono per salvare la Patria della follia nazifascista

Salvatore Tripodi imprime alla memorialistica resistenziale un ulteriore tassello, un grappolo di storia e di umanità dai più dimenticato.

La storia del partigiano contadino Domenico Banchio della XV Brigata Garibaldi di Saluzzo, non è straordinaria ma nella sua ordinarietà bellissima, profonda, esemplare, come quella dei tanti combattenti per la libertà dei quali si era perduta la memoria. Disse bene Ennio Pistoi, che l’autore richiama nel volume, a scrivere: “Io credo invece che il ricordo, la memoria possano formare l’individuo che ascolta”. E con l’ascolto vi è anche la lettura di queste pagine appassionate, curate, precise, meticolosamente rimaneggiate con saggezza e passione di un tessitore di storia come il prof. Tripodi.

La storia con la S maiuscola esiste nella memoria collettiva ma non ha nulla di più significativo e importante di quella storia dei tanti volti, di donne e uomini, vittime ed eroi, complici e salvatori, nella costante lotta tra bene e male che caratterizza la vicenda misteriosa e gloriosa dell’umanità. Sulla Resistenza a ottant’anni dalla sua vittoria sul nazifascismo non si può deflettere e perdere la bussola.

Dall’8 settembre 1943 si apre un periodo tragico ed eroico in cui la Resistenza Italiana così come noi la conosciamo prende forma, e assume quell’identità che le permetterà di combattere nel 1944 e di garantire l’Insurrezione nazionale del 25 aprile 1945 che noi oggi ricordiamo. La popolazione insorgeva e i partigiani occupavano le città; l’Italia riconquistava definitivamente la libertà, la democrazia e il suo onore, e il fascismo veniva definitivamente sconfitto. La terribile Seconda guerra mondiale giungeva al suo termine. Si aprivano speranze per un mondo senza guerre, senza genocidi, senza razzismi.

Uno fra tanti

La Resistenza fu combattuta da 250.000 partigiani che ebbero più di 60.000 morti, molti dei quali assassinati dopo essere stati sottoposti a indicibili torture. I partigiani combattenti poterono sopravvivere perché aiutati e sostenuti dalla popolazione civile che permise loro di approvvigionarsi e di nascondersi quando era necessario.

La Resistenza fu sorretta dai 650.000 militari italiani che si trovavano sui diversi fronti all’estero e che vennero internati nei lager tedeschi perché si rifiutarono di andare a servire la Repubblica Sociale di Salò e ben 50.000 di loro vi trovarono la morte.

La Resistenza fu sostenuta dai comitati del Comitato di Liberazione Nazionale che si formarono nei quartieri e nelle città del Centro-Nord dell’Italia, dalla rete dei militanti del CLN operanti nei luoghi di lavoro, dal contributo delle forze Alleate da Sud a Nord, dal contributo dato da tante parrocchie; non possiamo dimenticare i 250 sacerdoti deportati e i 210 sacerdoti che vennero fucilati rei di difendere dalla barbarie i loro parrocchiani. 40.000 italiani sono stati deportati e uccisi nei campi di sterminio.

Con la Resistenza erano solidali tantissime famiglie angosciate per i loro cari al fronte a combattere una guerra perduta e coloro che erano stati inviati sotto le armi furono in tutto il mondo oltre quattro milioni e mezzo. L’orrore della guerra ebbe l’apice nel male assoluto della Shoa e delle bombe di Hiroshima e Nagasaki. In questa temperie della grande storia, vive e si svolge anche quella di Banchio, il partigiano contadino di Revello in una dimensione determinata, circoscritta ma fondamentale per comprendere il valore morale, la scelta coraggiosa e ineludibile per ridonare, sacrificando la propria esistenza e a volte perdendola, al proprio Paese, giustizia, pace e libertà.

Gli “anonimi” che ci hanno liberati

Nel solco dei grandi racconti resistenziali, ripresi nella sua narrazione da Salvatore Tripodi, bussole luminose di personalità come Nuto Revelli e Franco Antonicelli squarciano orizzonti bui di nuovo oggi presenti perché come scrisse appunto Antonicelli “parlare ancora di Resistenza e riconoscerne la sostanziale grandezza, quasi il valore di una categoria morale… ai nostri giorni può saper di superfluo, a quel modo che il superfluo è anche inutile”.  In questo flusso di moralità emerge anche la non più anonima vicenda umana e l’esemplare testimonianza del partigiano Cauciù.

dalla postfazione di Luca Rolandi, giornalista e scrittore

Informazioni aggiuntive

Dimensioni 15 × 15 × 22.5 cm

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