Domenico Leone Banchio: contadino del Cuneese. La sua vicenda “spiega” cosa avvenne dopo l’8 settembre 1943 nell’esercito italiano
di Pietro Polito, filosofo e direttore del Centro Studi Piero Gobetti
[ Cauciù era il nome da partigiano assunto dal protagonista del libro.]
Mi propongo di rileggere e interpretare, alla luce del significato profondo della Resistenza nella storia d’Italia e d’Europa, la storia di Domenico Leone Banchio, il contadino partigiano, raccontata da Salvatore Tripodi “con saggezza e passione di un tessitore di storia”[1]. Se ci domandiamo: “Che cosa è stata la Resistenza?”, forse la risposta più alta e puntuale è quella che ha dato Norberto Bobbio: “Nella storia dei rapporti tra governanti e governati si è sempre contrapposto il dovere di obbedienza invocato dai sovrani al diritto di resistenza invocato dai popoli. Ebbene, la Resistenza è stato un gigantesco fenomeno di disobbedienza civile in nome di ideali superiori come libertà, eguaglianza, giustizia, fratellanza dei popoli. Richiamarsi alla Resistenza oggi vuol dire richiamarsi al valore perenne di questi ideali rispetto ai quali si giudica la vitalità, la nobiltà, la dignità di un popolo”[2].
In questo contesto va inserita la storia di Cauciù, nome di battaglia del protagonista, prima un semplice contadino che va soldato poi, dopo la liberazione, uno sconosciuto tranviere torinese, che encomiabilmente Tripodi ha evitato che rimanesse “sepolta sotto strati profondi di misconoscenza”[3]. Come afferma l’autore nel prologo, l’intento del libro “non è quello di fare una storia della Resistenza, ma parlare di uno dei tanti giovani che ne hanno fatto parte, che non sono diventati famosi, non hanno letto il proprio nome sui libri di storia o su qualche altra pubblicazione”[4]. Egli si propone di raccontare “una storia che non ha fatto la Storia” (Carlo Greppi). La storia di Domenico Banchio, “un uomo «normale» e anche un partigiano” che ha avuto una vita “unica come lo sono le vite di tutti noi”[5]. Di questa vita ricapitolo per sommi capi le vicende principali per poi restituirne il senso, il messaggio e l’insegnamento.
Una storia “minore”
Domenico nasce a Revello, in provincia di Cuneo, il 14 ottobre 1923, un anno dopo la marcia su Roma (28 ottobre 1922). Il 21 maggio 1942 va a soldato e l’8 gennaio 1943 viene chiamato alle armi. Dopo l’8 settembre 1943 viene arrestato e rinchiuso nella caserma “Mario Musso” di Saluzzo. Nella primavera 1944 fugge dalla prigione e il 6 luglio 1944 si unisce alla XV Brigata Garibaldi “Saluzzo”, affidata al Comandante Zama e al Commissario Ezio. Domenico viene destinato al I° Battaglione Aquila del Monviso, comandato da Santabarbara e operante in Valle Po. Dopo la liberazione, il giovane, il 24 maggio 1945, si presenta presso il Comando di divisione e consegna le armi. Fa ritorno a casa a Tetti Pertusio, la piccola frazione del paese natio Revello. Riceve il “Brevetto di partigiano” e il “Certificato al Patriota”. Della non facile vita successiva di Domenico nell’Italia liberata mi piace ricordarne l’evento più lieto: il fidanzamento e il matrimonio con Lucia Aivano, una ragazza di Govone, piccolo paese della provincia di Cuneo. I due giovani si conoscono in una sala da ballo durante una sera di libera uscita dal lavoro per entrambi. Dalla loro unione nascono Giampiero e Rosanna che hanno dato una collaborazione preziosa alla realizzazione del libro.
Qual è il senso della scelta compiuta da Domenico Banchio? Penso che si debba interpretare la sua scelta come il rifiuto da parte di una persona comune, un uomo del popolo, di obbedire all’ordine legale di uccidere in nome del fascismo imposto ai giovani dalla Repubblica Sociale Italiana. Infatti il soldato Domenico non aderisce alla RSI ed è costretto a lavorare in quanto prigioniero dei tedeschi, mentre molti altri giovani revellesi vengono precettati. Come giustamente scrive Tripodi, Domenico si rende responsabile di “un grave atto di disubbidienza”[6]. Si tratta di un atteggiamento che “può essere considerato a ragione un rifiuto alla prosecuzione della guerra al pari della scelta compiuta dagli internati militari”[7].
A suo modo, esercitò un’obiezione di coscienza
La disobbedienza partigiana non esclude la violenza. La storia della Resistenza è una storia tragica: “Anche i partigiani – scrive Tripodi – sono «costretti» a difendersi dalla violenza facendo uso anch’essi di metodi violenti”[8]. Ma non è nella violenza, a giudizio dell’autore e di chi scrive, il segno dominante del rifiuto di Cauciù. La scelta poggia sul rifiuto della guerra che, sono parole di Giaime Pintor, “ha diffuso una facile crudeltà, una crudeltà inconsapevole e piatta che è la peggiore linfa dell’uomo” per cui “tolti i ritegni diviene consuetudine uccidere e punire è diventato un esercizio”[9].
Il rifiuto di Domenico è quello di chi sceglie di mettere a rischio la propria vita. Scrive bene Leo Marchetti: “Siamo al cospetto di un uomo, che, in momenti cruciali della storia, la attraversa in carne e ossa rischiando in diverse occasioni la vita stessa”[10]. Come risulta da una serie di bandi di reclutamento militare obbligatorio rivolto ai giovani nati tra il 1924 e il 1926 con lo scopo di ricostituire, secondo il Ministro della Repubblica sociale Rodolfo Graziani, l’esercito fascista. A cominciare dal cosiddetto “bando Graziani” (Decreto n. 30 del 18 febbraio 1944) che all’articolo 1 recita che i renitenti alla leva “saranno considerati disertori di fronte al nemico […] e puniti con la morte mediante fucilazione nel petto”[11]. Il Decreto n. 145 del 18 aprile 1944 all’articolo 1 prevede “la pena di morte mediante fucilazione alla schiena” per i militari e i non militari che “hanno abbandonato il reparto o l’abitazione per unirsi alle bande operanti in danno delle organizzazioni militari o civili dello Stato”[12].
Una storia di ordinario eroismo
Dalla storia di Domenico emergono un messaggio e un insegnamento che giungono fino a noi: “La sua – scrive l’autore – è la storia di tanti altri giovani ed è questa la sua caratteristica principale, perché rappresenta quella di un giovane comune, di un resistente che ha creduto, rischiando la propria vita, di combattere per una società migliore”[13]. Per il giovane Cauciù e tanti giovani come lui, la lotta partigiana “non è stata un capriccio o un lusso cui si possa rinunciare quando si voglia […] è stata ed è una necessità per difendere giorno per giorno il patrimonio materiale, politico e morale del popolo italiano”[14].
Come scrive Luca Rolandi nella postfazione, la storia di Cauciù “non è straordinaria ma nella sua ordinarietà bellissima, profonda, esemplare, come quella dei tanti combattenti dei quali si era perduta la memoria”[15]. Grazie al lavoro di Salvatore Tripodi la vicenda umana del partigiano Cauciù non è più anonima e la sua esemplare testimonianza trova il giusto posto in quel flusso di moralità permanente in cui risiede il significato profondo della Resistenza.
[1] Salvatore Tripodi, Cauciù, il partigiano. Storia di un contadino durante la Seconda Guerra Mondiale nella XV Brigata Internazionale “Saluzzo”, Introduzione di Leo Marchetti, Postfazione di Luca Rolandi, Edizioni Mille, Torino 2025, p. 105.
[2] N. Bobbio, Eravamo ridiventati uomini. Testimonianze e discorsi sulla Resistenza in Italia, a cura di P. Impagliazzo e P. Polito, Einaudi, Torino 2015, p. 87.
[3] S. Tripodi, Cauciù, il partigiano, cit.,p. 9.
[4] Ivi, p. 13.
[5] Ivi, p. 14.
[6] Ivi, p. 39.
[7] Ibidem.
[8] Ivi, p. 75.
[9] G. Pintor, Doppio diario (1936-1943), Einaudi, Torino 1979, pp. 120-121, citato a p. 75.
[10] L. Marchetti, Introduzione a S. Tripodi, Cauciù, il partigiano, cit., p. 10.
[11] S. Tripodi, Cauciù, il partigiano, cit., p. 50.
[12] Ivi, p. 55.
[13] Ivi, p.14.
[14] Dal Comunicato n. 1300 del CLNAI, 21 dicembre 1944, riportato a p. 71.
[15] Luca Rolandi, Postfazione, in S. Tripodi, Cauciù, il partigiano, cit., p. 105.